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Andrea Bernardini è un avvocato di Roma. Studio individuale, con pochi collaboratori scelti, in cui si occupa principalmente di contenzioso civile, giudiziale ed extragiudiziale. Da sempre appassionato di informatica, è uno dei professionisti legali che ha provato a far parlare due mondi che di solito non si parlano: la carta dell'atto e la tecnologia.
Negli ultimi anni, afferma, il mestiere è cambiato di natura. I casi aumentano, sono sempre diversi, e il tempo si è compresso fino a sparire. Racconta che oggi si corre: quello che il cliente chiede lo vuole per ieri, il caso arriva in studio e l'atto deve essere già pronto.
In questo contesto la velocità è diventata la condizione per restare in partita. Ma Andrea non è il tipo che si fida degli strumenti solo perché sono nuovi. Voleva il contrario: voleva "romperlo".
L'ambiente, dice, è spaccato in due. Da una parte i colleghi terrorizzati: "la nostra professione è finita, la macchina ci sostituisce". Dall'altra chi si è buttato sull'AI senza più rileggere nulla, e si è fatto male in aula.
Andrea è categorico su questo punto: ha letto le carte di alcuni episodi che “fanno impressione”. Documenti che citavano fonti inesistenti, allucinazioni algoritmiche presentate in aula come verità. Non transige: chi fa questo lavoro deve leggere, rileggere e modificare. Senza eccezioni.
Andrea aveva già provato i primi strumenti generalisti, anni fa, con un collega. Risposte generiche, niente di affidabile per chi scrive un atto. E intanto in tribunale cresceva il sospetto: alcuni giudici arrivavano ad accusare gli avvocati di aver fatto scrivere gli atti all'intelligenza artificiale. Il problema vero, però, non era sull’utilizzo dell’AI in sé: era trovare quella di cui fidarsi e che lasciasse spazio al giudizio umano.
Andrea non si è semplicemente fidato. Ha fatto l'esatto opposto: ha messo Lexroom sotto torchio per vedere fin dove cedeva. Voleva stressare il programma da subito, capire fin dove poteva arrivare e cosa poteva dirgli, spingendolo anche su terreni che non si aspettava.
Il momento della svolta è arrivato quando ha insistito per avere ragione su una questione in cui sapeva di avere torto.
"Volevo avere ragione a tutti i costi. Lui ha continuato a darmi la risposta giusta. E lì ho pensato: se la dà a me, la dà anche alla controparte. È stata la scintilla."
Quella resistenza, di uno strumento che gli teneva testa invece di assecondarlo, è ciò che lo ha convinto.
Andrea non usa Lexroom come un motore di ricerca. Lo usa come una controparte di allenamento.
Carica l'atto dell'avversario e il proprio per lavorare sulla strategia difensiva. Gli chiede di analizzare ogni piega, di accompagnare il giudice, di fargli venire il dubbio e portarlo a concordare con la sua tesi.
In questa fase apprezza anche un dettaglio che gli strumenti generalisti non gli davano: la tenuta sul linguaggio. Latinismi, stile forense, quel lessico di settore che "a noi piace così": Lexroom li riconosce e li mantiene. È particolarmente utile sull'extragiudiziale, dove riordina i paragrafi e struttura il documento senza appiattirlo.
Lo stress test continua anche su un altro fronte. Andrea spinge sul ragionamento "predittivo", provoca lo strumento per vedere se coglie dove vuole arrivare. La regola resta una sola, sempre: rileggere. Lo rilegge e lo controlla sempre, ma il grosso del lavoro è già stato fatto.
Il caso che racconta per primo è successo in aula.
Un collega aveva commesso una scorrettezza: Andrea ha caricato l'errore su Lexroom e in trenta secondi aveva l'atto per impostare l'appello, riuscendo a depositare nei termini.
Sul carico complessivo il salto è dello stesso ordine: se prima scriveva quattro atti a settimana, oggi ne fa dieci, sempre mettendoci mano e sempre rileggendo, ma con un lavoro che ha accelerato in maniera significativa.
E poi c'è il team di supporto, che per Andrea conta davvero. Per lui, il team di supporto è il 50% della forza di Lexroom. Presente quasi a tutte le ore, disponibile e reattivo.
Tirando le somme, Andrea è netto su una cosa: lo strumento amplifica il giudizio invece di sostituirlo. Il “punto” lo deve fare il professionista. Se manca quello, “puoi avere tutti i Lexroom del mondo: sbagli lo stesso.”
Il suo commento per chi nel legale non usa ancora l'AI sta in una parola: "Ostinato." Per lui la partita è già chiusa:
"Cambiano gli strumenti. Prima penna e calamaio, poi internet e le videoconferenze. Oggi questo. Ti devi armonizzare col cambiamento, non subirlo."
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